CIO' CHE TI VIENE TOLTO, TI SARA' RIDATO
Nel settembre 1997, le evoluzioni della vita mi portano a Perugia, appena qualche settimana prima del violento terremoto che colpì l’Umbria. Alle spalle lasciavo anni di esperienza aziendale, ma anche di studi e ricerca nel settore dell’artigianato artistico. Portavo con me molti sogni nel cassetto ancora da realizzare che, per motivi familiari, avevo messo da parte. Un giorno leggo su un quotidiano locale l’istituzione del primo corso di laurea sperimentale di Beni Culturali, indirizzo demo-antropologico-storico-artistico presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi della città. Mi iscrivo con l’intento di frequentare il corso per acquisire conoscenze scientifiche a titolo personale. Invece divoro gli esami e a 49 anni mi laureo nel termine previsto di quattro anni. Nel frattempo, avevo conosciuto un’antropologa con la quale instaurai una buona amicizia. In realtà il conseguimento della laurea in così breve tempo, tenuto conto che dovevo occuparmi della famiglia e del lavoro, fu in parte dovuta ad una reazione psicologica per la vicenda narrata nel seguito e nella quale mi coinvolse, mio malgrado, questa persona. Tra i suoi discorsi, mi incuriosì non poco la storia di Romeyne Robert Ranieri di Sorbello fondatrice della Scuola di Ricamo del Pischiello, a Passignano sul Trasimeno, annessa alla cooperativa Arti Decorative Italiane di Perugia. Vengo così a sapere che, in questa cittadina, risiedeva ancora l’ultima allieva vivente della Scuola della marchesa Romeyne, Margherita Biancalana, classe 1909. Poco tempo dopo, Margherita accettò di insegnarmi i segreti della lavorazione del punto umbro antico e delle nappe che ella stessa aveva imparato, come allieva-operaia presso la Scuola di Romeyne, dalla maestra Amelia Pompili, amorevolmente assistita fino alla sua scomparsa, dopo la chiusura della scuola, proprio dalla sua ex allieva Margherita. Sono figlia e nipote di ricamatrici di Sorrento, cittadina tra l’altro nota anche per i suoi ricami tradizionali, e ricamatrice io stessa. Quindi non ebbi nessuna difficoltà ad imparare rapidamente la nuova lavorazione. Mi rendevo conto che, fino a quel momento, la lavorazione non si era persa nell’oblio soltanto grazie a Margherita che ne custodiva i segreti. Sul territorio, infatti, non esisteva nessuna scuola che ne aveva raccolto l’eredità. Ne parlai a Margherita durante le lezioni ed a lei piacque sinceramente l’idea di far rinascere l’antica scuola anche se, vista l’età, avrebbe dovuto rinunciare ad un ruolo attivo. Delegò, dunque, l’insegnamento alla sottoscritta. Proposi allora all’amica antropologa e ad una signora di Passignano, la quale aveva trascorso la sua infanzia proprio in uno dei casolari di Villa Pischiello, il progetto di rifondare la cooperativa omonima Arti Decorative Italiane. Preparai di mio pugno l’Atto Costitutivo e lo Statuto: il 31 agosto 1998 li siglammo entrambi innanzi al notaio. Il primo corso di punto umbro fu organizzato presso il Centro Anziani di Passignano sul Trasimeno. Il secondo, a Perugia presso l’Istituto d’Arte. Molti altri ne seguirono. Contestualmente, allo scopo di certificare i manufatti della cooperativa, disegnai un logo riproducente la foto della marchesa Romeyne, il motivo classicheggiante stilizzato di un ricamo a punto umbro. Il tutto attraversato da un nastro con la scritta “Arti Decorative italiane”. Fortunatamente il logo, prima del deposito, fu utilizzato sui cartellini dei prodotti, sulla carta da lettere e sulle locandine delle varie mostre organizzate da Arti Decorative Italiane. All’atto del deposito, decisi di cointestare il marchio con il logo alla mia amica antropologa, senza immaginare neppure per un istante che il mio atto generoso avrebbe innescato poco tempo dopo una spiacevole vicenda. Non si trattava di un marchio collettivo, pertanto avrei potuto tranquillamente depositarlo solo a mio nome visto che ne ero stata l’ideatrice-artefice. Purtroppo non lo feci. Come potevo immaginare? La mia amica ed io eravamo sempre insieme; ella chiedeva il mio consiglio nell’allestimento e nell’organizzazione di mostre; mi sottoponeva per visione e correzione le bozze di testi che scriveva; per uno dei suoi volumetti, aveva addirittura adottato il titolo che le avevo suggerito. Per quanto riguarda le brochures e altro materiale della cooperativa, lei si dedicava alla parte squisitamente storica ed io mi occupavo della parte tecnica. Insomma: trasformavamo, ognuna per specifica competenza, le nostre conoscenze in piacevoli elaborati. A Perugia, inoltre, non avevo ancora avuto occasione di fare altre amicizie. La cosa non mi preoccupava perché ero sazia della compagnia della mia amica in cui riponevo massima stima e fiducia. Solo anni dopo scoprii che ella, in realtà, per tutto il periodo di frequentazione, aveva fatto tesoro delle mie idee, da molti definite ancora oggi “vulcaniche”, e progetti elaborati per Arti Decorative Italiane e li aveva utilizzati in altra sede per proprio tornaconto. Stessa cosa per la realizzazione di pubblicazioni, facendo suoi anche alcuni progetti che in realtà avevamo elaborato insieme.
Qualche mese dopo il deposito del marchio, la mia amica diede le dimissioni dalla cooperativa.
Il 23 febbraio 2001, giorno del mio compleanno, una comunicazione da parte del Tribunale civile di Perugia mi raggelò il sangue: la mia amica aveva inoltrato istanza affinché mi venisse inibito l’utilizzo del marchio che le avevo generosamente cointestato appena un anno prima! Ma la cosa che mi fece più male, fu quella che nell’atto appena notificatomi i suoi legali facevano ampio sfoggio (borghese) dei titoli di studio della controparte, mentre sottolineavano, senza troppi scrupoli, che la sottoscritta possedeva “soltanto” una preparazione tecnica (plebea) e non scientifica. D’altronde mi rendevo conto che in Umbria ero ancora una perfetta sconosciuta. La mia ex amica, invece, vi risiedeva da oltre trent’anni e, conoscendo tutti i “salotti” cittadini, era molto ben introdotta. Tuttavia queste affermazioni discriminanti, in realtà, si rivelarono per la sottoscritta molto stimolanti: lo stesso anno sostenni e superai con ottime valutazioni una dozzina di esami e mi rimisi in pari con il piano di studi universitario. Prima dell’ordinanza, avevo redatto per la cooperativa, che li aveva pubblicati e fatti stampare, 8.000 bellissimi cofanetti pubblicitari contenenti, ognuno, 12 schede: in quello azzurro, c’erano le schede che descrivevano tutte le peculiari lavorazioni di merletto e ricamo dell’Umbria; in quello bordeaux, le schede descrittive dei costumi e degli eventi storico-folkloristici della regione. Su entrambi i cofanetti e sulle schede, era ovviamente stato impresso il logo con il marchio inibito. Un colpo basso, quindi, infertomi dalla mia ex amica la quale, grazie all’ordinanza (provvisoria) del Tribunale riusciva in un duplice obiettivo: bloccare la pubblicazione e la vendita di tutto il materiale riproducente il marchio e smembrare indirettamente anche parte della compagine sociale. “Ampia dottrina e scarsa giurisprudenza in materia di marchi e brevetti”. Questo recitava l’assurda ordinanza del giudice delegato del Tribunale, fino a prova contraria. Ovvero, fino al termine dell’eventuale giudizio di merito che decidemmo subito di instaurare. “Ma certo” compresi più tardi: la linea adottata dalla mia ex amica era sostanzialmente quella di bloccare tutto il lavoro fino ad allora svolto per avere l’opportunità di appropriarsene. Prova ne è che qualche anno più tardi, mentre il giudizio di merito avviato a seguito dell’inibizione del marchio proseguiva molto lentamente, l’ex amica riprodusse, cambiandone vagamente lo stile ed il colore, cofanetti rosa antico del tutto simili a quelli realizzati dalla sottoscritta per la cooperativa. Li siglò ovviamente con la sua firma. Non solo: ella in un testo di diffusione dei risultati di un corso di formazione attivato a fronte di uno dei progetti che avevamo elaborato insieme, dichiarò di esserne l’unica ideatrice. Scoprii anche che la cooperativa Arti Decorative Italiane, soggetto partner di questi progetti, fu depennata dall’Ente di Formazione capofila con il quale (guarda caso!) collaborava la mia ex-amica. Per non parlare di quel venticello calunnioso prontamente attivato in ogni sede ed in ogni circostanza nei miei confronti e nei confronti della cooperativa. In sostanza, fino a quando l’avviato giudizio di merito non si fosse concluso, il marchio non poteva essere utilizzato. Nel frattempo la mia ex amica mi aveva momentaneamente tolto di mezzo ottenendo un altro duplice risultato: colpire la cooperativa nella fase di start-up facendo nel contempo terra bruciata intorno alla sottoscritta, e vanificare le reali opportunità occupazionali offerte dalla società a persone (soprattutto giovani donne) che erano state qualificate nei corsi di formazione precedentemente organizzati da Arti Decorative Italiane.
Che fare, inoltre, degli 8.000 cofanetti che moltiplicati per 12 schede contenute all’interno ammontavano in totale a 104.000 loghi stampati su di essi? Certamente non potevamo buttarli via! Avremmo potuto utilizzarli solo coprendo con un’etichetta il marchio. Il bel marchio che avevo disegnato. Ricordo che, aiutata da qualche socia disponibile e dai miei figli, trascorremmo ore e notti intere a coprire i marchi con le etichette bianche. Ad ogni etichetta che ponevo sul logo, avevo un tuffo al cuore e mi ponevo la stessa domanda: perché tanta cattiveria a fronte di un gesto di generosità? Possibile che certe donne, invece di collaborare per addivenire agli obiettivi comuni, debbano infangare il nostro genere con simili comportamenti dettati presumibilmente da capricciosità, invidia e gelosia? Senza contare il danno subito: tutti i cofanetti ed il materiale su cui era stampato il marchio, con quella brutta etichetta bianca che spiccava sul blu e sul bordeaux, non erano più vendibili.
Dall’avvio della pietosa vicenda, presso il Tribunale di Perugia si sono avvicendati molti Presidenti ed almeno cinque giudici delegati. Lo scorso anno il fascicolo, dopo essere migrato da un giudice all’altro, aveva raggiunto la bellezza di quasi trenta centimetri d’altezza! Ogni volta che varcavo la soglia del Tribunale, in proprio e conto della cooperativa in quanto Presidente e rappresentante legale della stessa, mi sentivo male. Soprattutto quando, nel corso di alcune udienze, certi testimoni della controparte resero falsa testimonianza volta a ledere la mia immagine e professionalità. Oltre al danno anche la beffa: la legge, almeno così mi fu detto, prevedeva che il giudice ascoltasse prima i testimoni dell’accusa (controparte) e poi quelli della difesa (la sottoscritta). In ogni caso, anche in presenza di “falsa testimonianza”, le parti non possono intervenire. Bisogna che la giustizia faccia il proprio corso. Nel corso dell’ultima udienza, mentre ascoltavo impotente le false dichiarazioni rese da un testimone della controparte, piangevo “dentro”. L’umiliazione era bruciante e, quando il silenzio coatto ebbe il sopravvento, mi posi una mano sulla bocca per soffocare il pianto ed i singhiozzi che stavano salendo dalla gola. Uscii dall’aula opprimente, non potendo fare altro. Invece avrei voluto gridare a quel testimone: “Ma come si permette?...ma cosa le hanno promesso in cambio per dire queste cose su di me?”. L’avvocato, che aveva compreso evidentemente il mio stato d’animo, mi aveva fatto ripetutamente segno di calmarmi. Fuori dall’aula mi chiese di portare pazienza dicendomi inoltre che avrei potuto avere soddisfazione e produrre tutte le mie ragioni quando sarebbe arrivato il turno di ascoltare, da parte del giudice, i miei testimoni. Ma non quella mattina. L’udienza fu rinviata per l’ennesima volta poiché quel giorno non c’erano stenografi disponibili: l’Amministrazione del Tribunale non aveva ricevuto il denaro per gli stipendi degli addetti alla resocontazione.
Era forse tutto predestinato da Chi sa tutto e tutto dispone? Non mi è dato sapere.
Sta di fatto che i numerosi testimoni in difesa della sottoscritta, non sono mai stati ascoltati poiché, come un fulmine a ciel sereno, lo scorso autunno, mentre in auto stavo tornando da una fiera nazionale, squillò il cellulare. Dal vivavoce sento il mio legale che dice: “La controparte ha deciso di tirarsi indietro e di chiudere la pratica del marchio!”. Ricordo che accostai subito l’auto in una piazzola dell’autostrada per farmi ripetere quanto avevo appena udito. La prima cosa che mi venne in mente fu: “Bel gesto dettato da un rigurgito di coscienza?...Non può essere”. Conoscendo l’orgoglio della controparte, i motivi dovevano essere ben altri. Il legale mi pose dinnanzi ad una scelta: accettare o andare avanti. Disse anche che, a suo avviso, in base a tutte le prove e documenti prodotti, c’erano ottimi presupposti e probabilità di vincere la causa. Soprattutto alla luce del fatto che vi era un fondamentale requisito a nostro favore ignorato in partenza, causa principale dell’avvio del giudizio di merito: il pre-utilizzo del marchio a livello internazionale da parte della sottoscritta, prima dell’avvenuto deposito, convalidato anche dalla testimonianza scritta di associazioni straniere con le quali Arti Decorative Italiane aveva intrattenuto una certa corrispondenza utilizzando, appunto, la carta da lettera con il logo del marchio ancora da depositare.
Ma quanti anni sarebbero dovuti ancora trascorrere prima della definizione del giudizio di merito? Impossibile saperlo. Fino a quel momento, ne erano trascorsi sette. Le spese legali erano vertiginosamente aumentate. Mentre dicevo all’avvocato che preferivo chiudere la vicenda, mi sentii stranamente serena. Contemporaneamente mi svuotai di quel peso che da anni mi portavo nel cuore. Sparì anche quel risentimento accumulato dalla persecuzione attivata nei miei confronti dalla controparte. Ogni volta che decidevo di organizzare qualche evento per la cooperativa, ella doveva in qualche modo interferire. L’aveva fatto in occasione della presentazione pubblica della convenzione siglata con l’Università degli Studi di Perugia, presso l’Ufficio orientamento universitario: ricordo che venne con un registratore “anni Sessanta” molto voluminoso, lo posò su un tavolino. Impossibile non notare la sua “ingombrante” presenza. Anche perché “stonava” seduta in mezzo ai giovani studenti intervenuti numerosi. Ad un certo punto, mi pose un quesito mirato ad insinuare dubbi agli astanti sul mio operato e su quello della cooperativa. Dovetti far ricorso a tutta la mia diplomazia per non risponderle a tono, facendo in quel caso il suo gioco.
In un’altra occasione, scoprii casualmente che ella aveva inviato, anche agli Uffici Regionali, lettere e locandine su cui era stampata l’ordinanza (provvisoria) del Tribunale. Per questo fu diffidata dai nostri legali. Altre spese legali. Insomma, una vera e propria persecuzione che, comunque precluse la possibilità alla sottoscritta e alla cooperativa di collaborare, come aveva fatto prima dell’ordinanza, con molti Enti pubblici e privati del territorio. E’ risaputo: la gente vuole stare alla larga dai problemi legali, soprattutto quelli degli altri. Anche perché nella maggior parte dei casi, ascolta solo una “campana”.
Il 23 febbraio 2009 giorno del mio compleanno, esattamente 8 anni dopo la prima notifica del Tribunale, la pratica si è chiusa innanzi al giudice per rinuncia della controparte.
Fuori dall’aula del giudice la mia ex amica ed il suo avvocato avevano reclamato “almeno” la restituzione della quota sociale pari a circa cinquanta euro odierne ed un importo “congruo” per l’utilizzo del marchio. Il mio legale prontamente aveva risposto: “La restituzione della quota sociale è andata in prescrizione dopo cinque anni dalle dimissioni. Avrebbe dovuto essere richiesta prima. Per quanto riguarda, invece, l’utilizzo del marchio, allo stato attuale non vale proprio nulla: avrebbe dovuto attendere che lo stesso fosse utilizzato almeno per qualche anno affinché acquistasse valore. Invece è stato inibito sul nascere”. Il suo tono non ammetteva repliche. Fine della storia.
Uscendo dal Tribunale, ho respirato a pieni polmoni una ventata di aria fresca frizzantina mentre una vocina insistente nella mia mente diceva: “Hai visto?...ciò che ti era stato tolto, ti è stato ridato!”. Solo allora mi resi conto che tutto era iniziato e finito proprio nella ricorrenza del mio compleanno.
Era un indiscutibile segno. Per questo sussurrai: “Grazie a Te, Signore, il cerchio finalmente si è chiuso”.
Arti Decorative Italiane deve ritornare all’antico splendore. Noi ce la metteremo tutta. Contiamo molto anche sul tuo aiuto. Come? Partecipando alle iniziative promosse dalla cooperativa. Grazie.
Presidente cooperativa
Geneviève Porpora